UN’AVVENTURA DI ZORRO
Guardai l’orologio. «Merda, Com’è tardi». Mi defilai con difficoltà dalla calca opprimente. La gente ti schiaccia, come se ci provasse gusto, e tu non puoi evitarne il sudore, quel tremendo fetore che ti obbliga a trattenere il respiro e a sollevare la testa cercando l’aria, intuendo una via d’uscita dalla confusione, dal tamtamtam della musica, dal ritmo attaccaticcio di salsa e merengue. Sia chiaro però che a me piace questo ballonzolare per strada. Mi sono sempre divertito a carnevale, caspita, me la spasso proprio coi travestimenti (uno per ogni giorno della festa). Fin da bambino, quando mia mamma ricuciva vecchie lenzuola e mi metteva il naso finto di cartone, anno dopo anno, i carnevali sono sempre stati la mia passione. E negli ultimi tempi un vero sballo di cuba libre. Il brutto è che devo tornare quasi sempre a casa presto: se non dormo un po’, magari anche solo un paio d’orette, l’indomani non rendo al magazzino. Assodato: più la sbornia è dura, più il corpo ti rimane floscio. Diventerebbe davvero difficile caricare fogliame di banano dando scivoloni, e non sono disposto a farmi prendere in antipatia dal capo per colpa di un paio di bicchierini in più, che a quest’ora poi non ne vale nemmeno la pena. Inoltre, che schifo la fine della festa, quando non si sa se è giorno o è notte e sui marciapiedi inciampano gli ultimi ubriachi, pesanti e puzzolenti, come un ammasso di sudore ripugnante.
Saluto gli amici. Mi mandano al diavolo. «Ti perdi sempre il meglio del casino». Mi calco ben bene cappello e maschera, afferro l’impugnatura del fioretto e stendo il mantello di raso rosso. «Zorro ha finito per oggi». Indosso il mio migliore travestimento. Da quando ho passato la trentina mi va stretto, certo, e a dire il vero si è già consumato il collo della camicia nera, ma diciamo le cose come stanno: mi piace questo vestito da spadaccino giustiziere e, se i miei calcoli sono esatti, questo è il settimo martedì di carnevale che Zorro esce in strada.
Al ritorno, prendo l’autobus alle Ramblas. Dietro di me, raggomitolati sui loro sedili, due tipi vestiti da baldracche si scolano una bottiglia di whisky senza nessun complimento. Le loro risatine mi mettono di cattivo umore. Al culmine della sbronza, questi due idioti blateravano di quanto eravamo tutti tristanzuoli sull’autobus. E una cosa è certa: quando si allontana il luccichio della piazza e ti appisoli con lo sballottamento del motore, ti senti già ridicolo, ridicolo e serio sotto un costume che, con la quantità di macchie di vino che lo decorano, ha perso tutto il suo fascino.
Avevamo appena oltrepassato l’ultimo semaforo della città quando, poco prima di una fermata incerta, alle mie spalle uno dei due tipacci farfuglia all’altro:
«Guarda, guarda.»
Quasi senza rendermene conto, volsi rapidamente lo sguardo verso il finestrino. Tutti e tre vedemmo, lì fuori, una ragazzina vestita da egiziana che attraversava la strada di corsa. L’altro borbotta:
«Andiamo?»
Trasalii nel sentire il movimento dei loro corpi che si alzavano bruscamente dai sedili. Suonarono il campanello. L’autobus si fermò subito. Spintonando quelli che viaggiavano in piedi, i due stronzi schizzarono fuori. Era successo tutto troppo in fretta per spiegarmi chiaramente cosa cazzo ci facevo io lì in strada, perché ero sceso dietro di loro, spinto da una rabbia strana che mi ronzava nelle orecchie. «Zorro non avrebbe permesso che due imbecilli simili torcessero neppure un capello a quella ragazza». L’autobus proseguiva il suo percorso e ci sputò il suo fumo. Impugnai il fioretto di rame mentre camminavo, credo con passo deciso, lungo il marciapiede. «Zorro non consente questi odiosi soprusi».
I due cretini, sollevandosi le gonne coi lustrini e gridando oscenità, corsero dall’altra parte della strada. Fischiavano dietro alla ragazza, ed era evidente che lei, senza voltarsi, sentiva quei furfanti che la inseguivano sfacciatamente per le strade deserte. Faceva freddo e Zorro, avvolto nel mantello e con la spada sguainata, avanzava cauto e silenzioso. La ragazza travestita da egiziana iniziò a correre con la logica goffaggine di chi porta i tacchi, come le colombe che non spiccano il volo. Sissignori, la faraona era tale e quale a una colombella argentata in pericolo. La mia povera Cleopatra si andò a ficcare in un groviglio di vicoli stretti e disabitati. I due cani bavosi le stavano dietro ghignando:
«Non correre tanto, carina: in ogni caso ti acchiappiamo.»
A mo’ di Tyrone Power, io li seguivo zitto zitto, si potrebbe dire come una vera e propria volpe, oppure come un felino salvatore. Metà Giustiziere Mascherato e metà El Coyote.
«Bella, fermati subito.»
Schifosi, sul serio, quei due coglioni. Erano riusciti ad avvicinarsi alla ragazza. La afferrarono, la sballottarono da una parte all’altra. La ragazzina chiedeva aiuto, aiuto, e presto le sue urla si trasformarono in uno squittio da gatta intrappolata.
«Dài, forza» diceva nervosamente il più alto, tappando la bocca all’egiziana. Quello grassoccio, piuttosto brillo, si abbassò i pantaloni, strappò con violenza la gonna di lamè. Cruuiiic.
La ragazzina si divincolava isterica sotto quell’orso che rideva alla fine con le mutande in mano. L’altro stringeva le bianche braccia di Cleopatra e, non si sa a chi, ripeteva lo stesso ordine:
«Dài, forza.»
Prima che se la facessero, Zorro intervenne dall’angolo. Zorro avvertì:
«Ehi, cornuti, se non lasciate immediatamente la ragazza mi vedrò costretto a sgozzarvi come due maiali.»
Non mi aspettavo una reazione codarda da due violentatori così esperti, ma la verità è che, vedendosi sorpresi, non gli restò altro da fare che darsela a gambe sull’altro lato della strada deserta.
Lì rimasi io, con la spada sguainata, proiettando una lunga ombra da eroe misterioso. Una così temibile presenza doveva imporre rispetto in controluce. Era il trionfo della giustizia. O meglio: era la sconfitta dei due omuncoli più spregevoli del mondo.
E lì c’era la mia adorata Cleopatra, con il viso rosso per il singhiozzo e la vergogna, Cleopatra che piangeva, buttata per terra, con le gambe aperte e il vestito a brandelli. Gemeva come un’ammalata. Zorro si avvicinò premuroso a prenderle la mano. L’egiziana sembrava chiedere con lo sguardo chi sei, cosa fai qui, perché. Zorro si commuove nel vederle la bocca semiaperta, nello scoprire le belle labbra secche della ragazza e, dietro di queste, i denti brillanti, i denti perfetti sotto le labbra carnose della faraona.
Ho sempre avuto ben chiaro in testa che quando una donna fa una leggera moina con la bocca, un gesto, un increspare di labbra, così, non so, una smorfia vezzosa, tale e quale Cleopatra, in quel momento non puoi rifiutarti di soddisfare il suo ego viziato, devi concederle il favore che ti chiede in silenzio. Non pensarci due volte e dalle il bacio che si meritano le sue labbra asciutte, inumidiscile con la tua lingua ansiosa. Riempiti del suo respiro e riempila del tuo respiro. Si tratta di far bella figura. Ogni volta che Zorro si trova da solo con l’eroina, ogni volta che la salva da un paio di malfattori, deve prenderla tra le braccia e baciarla con passione, impetuosamente, senza bisogno di togliersi la maschera. La ragazza trema tra le robuste braccia del mascherato e non sa che dire, né come ringraziarlo. E allora, facendo come se non volesse, colpendo coi suoi piccoli pugni la spalla di Zorro, la ragazza egiziana protesta sotto il sapore di tabacco nero e rum bianco della bocca che le bagna il viso, la bocca che le bacia il collo, la bocca che le mordicchia l’orecchio.
Com’era bella Cleopatra. Le sue gambe, quasi brucianti di febbre, si negavano al mio corpo, e il mio corpo, dopo aver allontanato gli assalitori, ora esigeva il suo giusto tributo. Il destino degli eroi pulsa nel placido abbraccio che chiude l’avventura. Malgrado i suoi gridolini d’impotenza, possedetti con tutte le mie forze la ragazza, mi abbandonai all’impeto dell’alcool e dell’ardore.
Da quell’oscuro vicolo disabitato si poteva ascoltare in lontananza, quasi impercettibile, il tamtamtam della festa giù nella piazza grande. La musica si diffondeva per tutta la città rimbalzando sui lati del viale. La ragazza rimase esausta sotto il mio mantello di raso rossastro, respirando affannosamente, forse preda di un incubo, con lacrime sulle guance. Mi alzai stanco. Mi allacciai la cintura. Raccolsi il cappello da terra. Straccetto logoro che sventola nell’aria, il pennacchio non ha perso lo sfavillio da giocattolo di fiera. L’ombra si allontanava già a capo chino quando, riconsiderando alcuni dei segreti che coordinano le sue scorrerie, lentamente si fermò. Dalla prima traversa ritornai verso l’egiziana contusa, che giaceva sul bordo del marciapiede; la girai a pancia in giù e, senza darle il tempo di lamentarsi, con la punta del fioretto le disegnai sulla natica nuda il segno di Zorro, una sottile e rapida zeta di sangue.
Corsi verso la strada. I petardi, quello scoppiettio plumbeo sopra le antenne, si stavano trasformando in un molesto bruciore di stomaco, flatulenza importuna. Giunto alla fermata, con ancora addosso l’odore di saliva e sangue, mi tolsi la maschera e, alla luce dei fari dell’autobus che si avvicinava, cercai l’ora sull’orologio da polso. «Merda, Com’è tardi».